Dal capitolo 4
A breve distanza, quasi a contatto con le sue ginocchia, era seduta la Signora del clan, moglie dell’uomo che Hiashi aveva adottato anni prima. Sulla panca di legno che tutti occupavano, e che correva lungo l’angusta stanzetta sotterranea del palazzo, accanto a lei stava suo figlio, in tutta l’irrequietezza degli otto anni.
«Stai dritto» sussurrò la madre, massaggiandogli la schiena con premura. «Distendi i muscoli, e appoggiati un po’ a me, così. Vuoi posare la testa sulle mie ginocchia?»
Il bambino annuì, e si rannicchiò contro le gambe della donna.
Hinata lo guardò mentre cercava una posizione comoda, e vide le mani di sua madre che gli accarezzavano teneramente i capelli, legati in un codino nero e lucente. Come tutti i suoi parenti, anche quel bambino aveva gli occhi candidi; ma, contrariamente alla maggior parte degli Hyuuga, non aveva alcun pudore a fissarli in quelli altrui. E fu esattamente ciò che fece con Hinata.
Lei ricambiò lo sguardo severamente, senza sorridere, senza nemmeno sbattere le palpebre. Lui fu turbato dal suo viso immobile, e in breve tempo si accoccolò diversamente, in modo da nascondere la faccia tra le pieghe del kimono della madre.
«Dormi, se vuoi» gli sussurrò lei, piegandosi sul suo orecchio. E il bambino chiuse gli occhi.
Hinata alzò leggermente lo sguardo, fino a posarlo sui lineamenti regolari della Signora Hyuuga. Anche lei finì per incrociare la sua espressione, ma questa volta fu lesta a guardare altrove.
Hinata ufficialmente non esisteva. Guardarle significava infrangere l’etichetta... e poi, in un certo senso, la Signora era ciò che lei sarebbe dovuta essere.
Hinata insisté ancora per un istante, perversamente curiosa di capire se quella donna avrebbe avuto il coraggio di fissarla. Non era un desiderio cosciente, ma era forte, terribilmente forte. Poi la mano della domestica si posò lieve sul suo braccio, e all’improvviso tornò alla realtà, chinando mestamente la testa.
«Rasserenatevi, mia signora» sussurrò la vecchia protendendosi verso il suo orecchio, e portandosi una mano al cuore. «Manca poco tempo ormai»
A cosa, questo non lo disse. Ma era come se sapesse che, pochi metri sopra le loro teste, Houkou fiutava l’aria. E fiutava anche l’odore della paura che trasudava dalle zolle del terreno, nitido come una pista appena tracciata. Sapeva esattamente chi si trovava dove, e sapeva altrettanto bene chi avrebbe colpito per primo.